Via Panfilo Castaldi e dintorni
by Daria
Alle spalle di Corso Buenos Aires, verso porta Venezia, c’è un piccolo quartiere di strade un po’ simili tra di loro e disposte a scacchiera, infatti se da un lato e’ facile perdersi, poi pero’ non si entra mai nel panico e ci si localizza facilmente. Questa qui e’ una delle prime zone in cui mi sono sentita a mio agio a Milano e senza dubbio e’ una delle piu’ Onalim, poiche’ e’ pacificamente e piuttosto allegramente abitata da italiani, indiani, pakistani, eritrei, tunisini e senegalesi.
Non ci ho mai vissuto quindi non sono la massima esperta, ma ogni volta che ci vado (incluso la notte) ci trovo sempre una grande tranquillita’, visi interessanti e perfino, in alcuni casi, un’estrema voglia di socializzare: e’ infatti in questa zona, in via Panfilo Castaldi, che si trova la Gastronomia Oasis, di cui abbiamo parlato in un’altra occasione e in cui ho consumato moltissimi, succulenti, pasti tunisini solitari all’inizio della mia vita milanese, accudita dallo sguardo gentile di Hedi e Matilde.
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Pochi metri dopo Hedi e Matilde, all’angolo, c’e’ un negozio indiano che da quasi dieci anni, ogni volta che lo vedo, senza nessuna eccezione, mi provoca un irresistibile EFFETTO CALAMITA. Devo entrarci e passarci in trance almeno una mezz’ora, uscendo da li’ con merce sconosciuta ai piu’ sotto il braccio e una sensazione di generale soddisfazione, sorridendo inebetita e odorando anche io di cocco e cardamomo. L’ultima volta passavo in fretta da quelle parti per andare a cena li’ vicino e ho chiamato apposta i miei amici per dire che tardavo dieci minuti: ero imprigionata dal negozio indiano, da cui sono poi uscita arrancando verso il ristorante cercando di cacciare quasi a pugni nella piccola borsetta elegante un sacco da un chilo di farina di cocco, che stentava a entrarci ed era assolutamente indispensabile per la mia cucina. Forse il fascino di questo posto e’ la varieta’: in pochi metri quadrati la gentile padrona paffutella e sorridente nel suo sari colorato ha fatto sistemare una quantita’ di cose che messe li’ cosi’ una dopo l’altra e una sopra l’altra ti sembrano tutte bellissime e tutte indispensabili.E quindi scegliere diventa sempre difficoltoso. Nella parte delle spezie ci sono almeno tre o quattro tipi di cannella, di anice stellato, di curcuma, e tutte profumano in maniera diversa ma egualmente accattivante. Una volta sono andata a comprare una bottiglia di olio di cocco, amico fidato di chi ha i capelli lunghi, che solo li’ si trova puro e a un prezzo irrisorio: e’ stata un’impresa quasi impossibile prendere una tra le dieci marche diverse e tra tutte le bottiglie colorate e luccicanti. Poi con un barattolo di pickles di mango in una mano e un sacchetto di spezie nell’altra si passa davanti al settore stoffe, tovaglie ricamate, cuscini, perline, sari e braccialetti: non ne parliamo, una giostra di colori e di tentazioni senza fine. La cosa strana e’ che non so questo negozio come si chiama: evidentemente ogni volta sono troppo impegnata a fiondarmi verso gli scaffali e non ho mai alzato gli occhi verso l’insegna.
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Un altro tesoro nascosto di questo quartiere interetnico si chiama zighini’ ed e’ una delle cose piu’ buone che si possano mangiare a Milano. E’ il piatto nazionale eritreo ed e’ Onalim per eccellenza, perche’ si mangia con le mani, sbrodolandosi allegramente il sugo sul dorso della mano. Si tratta di una specie di enorme crepe, un po’ piu’ spugnosa e soffice, dove vengono riversate un sacco di cose buone: patate, verdure, carne, insalata, salsa piccante. Poi lo piazzano al centro del tavolo e i commensali allungano le mani e se lo mangiano in qualche modo, centimetro dopo centimetro, arrotolando i lembi della crepe sul ripieno, e cercando di fare delle sottospecie di fagottini. In questo quartiere ci sono decine di ristoranti eritrei, e quindi c’e’ solo l’imbarazzo della scelta su dove andare. E io dico che dopo un’ora passata a scegliere i colori della tua chincaglieria indiana preferita, viene fame: lo spugnone colorato e’ la cosa adatta.
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Una sera, post zighini’, io e due amici cominciammo a passeggiare per le stradine a scacchiera e arrivammo in un bar senegalese bellissimo, in cui eravamo gli unici clienti italiani. La sua autenticita’ si vedeva in particolare -forse- nel fatto che non fosse uno dei soliti bar africani come uno li immagina e come di solito vengono proposti in ogni dove, fatti apposta per soddisfare e solleticare l’immaginazione piu’ approssimativa e superficiale dell’avventore italiano medio: pieni di canne di bambu’, quadri batik che raffigurano donnone allegre con le sporte della spesa in testa, colori accesi e tappetini di paglia. Al contrario, questo bar qua era essenziale, spartano e quasi futurista-cyberpunk: era tutto pieno di luci al neon viola, alle pareti, sul soffitto, sul bancone. Sui muri non c’era assolutamente nulla, erano bianchi, e i tavolini di simil-pietra nera. Anche la musica non faceva parte della solita compilation di allegre canzonette tradizionali, ma era invece un rap elettronico un po’ simile al kuduro. Un’esperienza del genere in altre citta’ piu’ multietniche, grandi e complesse di Milano sarebbe stata all’ordine del giorno; qui, be’, non lo e’, quindi bere succo di cocco aromatizzato alla cannella nel bar senegalese cyberpunk guardando i suoi giovani avventori alla moda che ballavano e chiacchieravano, mi sembro’ molto bello.
Non ho preso nota della strada, ma devo ritrovarlo, quel bar. Ho proprio voglia di passarci una serata. Dopo, naturalmente, aver fatto un saluto a Hedi e Matilde, aver acquistato un paio di fodere ricamate e una bustina di anice stellato nel negozio indiano, e aver fatto uno zighini’ a meta’ con Isabella.



