* Milanesi * Franca Valeri: ”La comicita’ e’ un lavoro di cervello, non e’ spontanea anche se e’ un po’ congenita.”
by Daria
Una delle piu’ grandi attrici italiane di tutti i tempi, almeno secondo il mio parere, e’ milanese anzi milanesissima ed e’ Franca Valeri. E non e’ solo un’attrice, e’ anche un guru esistenziale e una figura chiave nella cultura italiana.
Se Franca fosse stato un personaggio altrettanto geniale, ma molto connesso con la cultura e la tradizione milanese, come Enzo Jannacci ad esempio, credo che la mia devozione sarebbe stata meno totalizzante ed assoluta. Invece, la sua capacita’ di essere profondamente legata –per un verso- a Milano, ma nello stesso tempo travalicare completamente i confini della citta’ e diventare un’icona universale, la inserisce automaticamente nell’Olimpo dei miei idoli, e mi fa provare un enorme affetto per lei. Senza contare che ovviamente, il fatto di essere molto Milano ma anche molto non-Milano, la rende anche un idolo Onalim a tutti gli effetti!
Dov’e’ la sua milanesita’? Be’, innanzitutto nel tipo di registro teatrale che usa, in maniera magistrale: nella comicita’ composta, a un passo dal risultare soppressa ma senza esserlo, nella capacita’ di descrivere un perbenismo congenito che nasconde (o cerca di nascondere) tutti i sentimenti in subbuglio e le debolezze tipiche dell’animo umano. Un tipo di linguaggio usato ad esempio, altrettanto magistralmente, da un altro grandissimo milanese: Renato Pozzetto.
E poi, la sua milanesita’ e’ in un personaggio in particolare, il suo piu’ famoso, forse il piu’ amato: Cesira la manicure.
Cesira racconta piu’ della Milano degli anni ’50 e ’60 di una cartolina d’epoca. E’ una fotografia perfetta di un mondo circoscritto: le piccole manie, le cattiverie e l’ipocrisia di Cesira sono lo specchio perfetto della piccola borghesia meneghina dell’epoca, che si ambientava a colpetti di borsetta in una citta’ che si risollevava dalle ferite della guerra e diventava il centro economico dell’Italia. Un capolavoro di arte teatrale e non solo, insomma, il cui punto di forza mi sembra sia nel fatto che Franca rimane sempre su una linea sottile e discreta tra garbo e satira, che non diventa mai critica sociale.
Ma ribadisco, e’ quando lei esce dai confini stretti di Milano per diventare un simbolo generale dell’animo femminile, che la amo di piu’. Ad esempio, che dire del mitico personaggio della ricca esistenzialista che beve molllemente champagne nella scarpa col tacco, davanti a Toto’ in “Toto’ a colori”? La sua parte in quel film e’ piccola (come spesso le capito’) ma e’ forse –mi scusi Toto’- la punta di diamante della comicita’ della pellicola. Anche li’ -come nel caso di Cesira- con la sua gonna larga, le sue moine e i suoi sbattimenti di ciglia, dipinge perfettamente un prototipo di donna dell’epoca (non piu’ milanese ma italiano) che nella realta’ doveva essere insopportabile, noioso e ridicolo nel senso peggiore del termine: nelle sue mani quasi affettuose invece, diventa un cameo immortale.
Gia’, donne. Io credo che nella tenacia e nell’abilita’ con cui Franca ha parlato di donne tutta la sua vita, si celi un amore incommensurato verso l’animo femminile, e un grande e profondo orgoglio di appartenenza al genere. Le sue donne, comunque, e questo mi sembra molto importante, non sono mai vincenti e sublimi eroine: quando non sono cattivelle sono quasi sempre tristi, dimesse, perdenti su tutti i fronti.
Ad esempio il suo personaggio nel mitico “Segno di Venere”, film indimenticabile alla quale sceneggiatura lei contribui’, girato con un fenomenale Alberto Sordi: li’ e’ talmente dimessa, rassegnata anche nei suoi tentativi di rivincita, che diventa praticamente un simbolo comico della depressione. Un ruolo con cui quel geniaccio di Albertone si sposa benissimo: piu’ lui e’ cattivo piu’ lei e’ ingenuotta, piu’ lui fa il brillante, piu’ lei e’ goffa e impacciata. La scena centrale, quella del ballo tra loro due, dura poco ma andrebbe vista dieci volte al giorno, per la ricchezza teatrale che contiene. Oltre a far piegare in due dal ridere, naturalmente.
C’e’ poi uno dei film preferiti da Franca, diretto da quello che era suo marito all’epoca (Vittorio Caprioli) e anche questo co-sceneggiato da lei stessa: si chiama “Parigi o Cara” (1962). Non mi riesce difficile capire perche’ la Valeri ami molto il suo personaggio. Innanzitutto perche’ e’ l’assoluta e unica protagonista, come forse mai le era capitato, e poi perche’ la sua Delia Nesti e’ un personaggio di sconvolgente modernita’. Delia e’ una prostituta infatti, ed e’ taccagna e antipatica, ma non e’ immorale. Come lei stessa si definisce, “una signora e’ tale anche se batte il marciapiedi”, e il volto profondamente umano e dignitoso di Delia rappresenta a tutti gli effetti una rivoluzione, nel 1962. Insomma lei e Caprioli portarono al cinema un genere di personaggio che solo Almodovar avrebbe poi usato, di li’ a molti, molti, anni dopo. E’ esemplare in questo senso anche il rapporto di Delia con il mondo gay: basta vedere la scena in cui arriva a Parigi e alla stazione c’e’ il fratello che la aspetta. Poche –esilaranti- battute tra i due (“Ma non e’ che fossi…” “sì!” “Ah.”) e l’omosessualita’ di Claudio viene rivelata e sdoganata, e cosi’ anche l’accettazione dell’altro e la contemporaneita’ di Delia: basta quell’ “Ah.”, detto come lo dice lei, ad aprire un mondo. Anche Delia, pero’, e’ una perdente. Non trovera’ il riscatto che cercava a Parigi, e ancora una volta questa donna finira’ rassegnata a vivere una vita diversa da quella che sperava.
Ma allora in che senso Franca da’ forza alle donne? Secondo me, l’effetto dirompente e femminista della sua arte sta proprio –teatralmente- nel contrasto, nel mettere in scena forse il peggio, per dare luogo –internamente- al meglio. La risata amara (“passiva”) della spettatrice sulle disgrazie e le piccole cattiverie dei suoi personaggi, cosi’ come il suo lavoro comico sul personaggio stesso (la parte “attiva”) hanno entrambi un effetto liberatorio, catartico, perche’ il riconoscere le proprie debolezze e’ –si sa- il primo passo verso l’autocoscienza e l’acquisizione della propria dignita’ di essere umano.
Quando si ride e ci si riconosce in Cesira, o nell’intellettuale snob della festa a Capri, non ci si sta mortificando: si sta combattendo una battaglia femminista. Che forse, piu’ degli infuriati roghi dei reggiseni, ci dara’ la forza di seppellire i pregiudizi maschilisti che purtroppo (e Franca lo sa bene, credo) sono tutt’altro che morti.
Grazie, Franca, eroina e antieroina moderna.
Grazie a Franca, ma grazie anche a te per questo bellissimo affresco su una delle attrici più care a chi ama il cinema vero. Sei degna figlia di … quei due carissimi genitori. U.
Bacioni e grazie, caro amico Umberto





Grazie a Franca, ma grazie anche a te per q